Intervista ad Alessandro Verona di Médecins du Monde

Con questo articolo inauguriamo uno spazio dedicato all’approfondimento di temi sociali di forte attualità, a cui l’impresa sociale Kore è profondamente legata. Il nostro obiettivo è quello di sensibilizzare le persone che scelgono di leggerci, offrendo testimonianze dirette e strumenti di comprensione per non cedere all’indifferenza o alla superficialità di un’informazione spesso distorta.
In questo primo approfondimento affrontiamo un tema doloroso quanto urgente da risolvere: la situazione nella Striscia di Gaza, un territorio martoriato da decenni di conflitti e, dal 2023, epicentro di una delle crisi umanitarie più gravi della storia contemporanea, in seguito all’escalation bellica con Israele.

Per farlo, proponiamo un’intervista ad Alessandro Verona, medico e coordinatore generale della missione della ONG Médecins du Monde (MDM) in Palestina.

Prima dell’intervista, che può anche essere ascoltata con un mp3 al termine dell’articolo, ricordiamo che Médecins du Monde è un’organizzazione internazionale umanitaria indipendente, fondata nel 1980 in Francia. Presente oggi in oltre 70 paesi, tra cui la Palestina, MDM si occupa di fornire cure mediche e supporto psicologico alle popolazioni colpite da guerre, povertà ed esclusione sociale. L’approccio dell’ONG si basa su tre pilastri fondamentali: curare, testimoniare e denunciare.
MDM è presente da oltre vent’anni in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Qui lavora per garantire l’accesso alla salute mentale e fisica, con particolare attenzione a donne, bambini e persone vulnerabili, operando anche all’interno dei campi profughi e delle tendopoli. 

Intervista ad Alessandro Verona, coordinatore di MDM Spagna in Palestina

Alessandro, puoi presentarti?
Certo. Mi chiamo Alessandro Verona e sono il coordinatore generale della missione dei Medici del Mondo (MDM) Spagna in Palestina, attiva in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza da oltre vent’anni.

Quante persone compongono la missione attualmente, e di cosa vi occupate?
Lo staff è diviso tra Cisgiordania e Gaza: siamo circa 45 persone. Ci occupiamo della tutela della salute, sia fisica che mentale, attraverso programmi di cure primarie con particolare attenzione alle donne e ai bambini, e con interventi di supporto psicosociale. Operiamo in condizioni estremamente difficili: a Gaza, dopo quasi due anni di guerra e decenni di occupazione, la popolazione soffre profondamente anche dal punto di vista psichico. Il nostro obiettivo è sostenere la loro capacità di resistenza in una situazione disumana.

Avete anche medici? Offrite interventi sanitari diretti?
Sì, forniamo anche interventi medici diretti a Gaza. Operiamo sia all’interno dei campi per sfollati, nelle tendopoli con punti medici mobili, sia all’interno di centri di cure primarie strutturati. Dal primo luglio stiamo iniziando a sostenere un nuovo centro di grandi dimensioni, che sarà il punto di riferimento principale per l’intera area.

Noi di Kore vogliamo aiutare le persone a non farsi travolgere dalla retorica mediatica. Perché Gaza è una tragedia che dovrebbe riguardare la coscienza di tutti noi?
Basta pensare alle dimensioni: Gaza è un’area grande quanto il territorio all’interno del Grande Raccordo Anulare di Roma. Al 11 giugno 2025, i morti documentati sono oltre 56 mila - ma secondo diversi studi, il dato è gravemente sottostimato. Di questi, oltre 17.000 sono bambini, più di 9.000 sono donne, e più di 4.000 anziani. Vanno aggiunti circa 25.000 uomini uccisi, anch’essi vittime con nome e volto.
Le persone ferite sono decine di migliaia e non ricevono un’assistenza adeguata. Il sistema sanitario è completamente collassato, mancano medicinali e strumenti di base. Spesso si arriva a fare operazioni chirurgiche senza anestesia. Questo è il livello di disumanizzazione a cui assistiamo.

Tu vivi questa tragedia in prima linea. Cosa raccontano i giovani palestinesi? Quali speranze hanno per il futuro?
L’ingiustizia non è iniziata nell’ottobre del 2023. Gaza e Cisgiordania vivevano già prima sotto una pressione quotidiana insopportabile. Quello che mi colpisce è il silenzio: spesso i giovani dicono poco, perché ciò che vivono è oltre le parole. La speranza è molto ridotta. Vivono una violenza sistematica, evidente, quotidiana, e non vedono risposte efficaci a livello internazionale.
Cercano di vivere il quotidiano con amore per la propria terra. Anche cucinare un pasto diventa una sfida, viste le risorse a disposizione. Eppure resistono. Ma se avessero un’alternativa, la coglierebbero subito. Perché questa non è vita: non è vita non avere acqua per la propria famiglia, non è vita vivere con prezzi esorbitanti non più sotto controllo, senza libertà. La loro resistenza è un atto di sopravvivenza, ma non dovrebbero essere costretti a resistere davanti all’immobilismo del mondo.

Secondo te, i palestinesi temono una pulizia etnica? Esiste oggi un piano concreto di ricostruzione per Gaza?
È difficile dirlo. Ci sono teorie diverse ogni giorno. Un anno fa, le Nazioni Unite parlavano già di piani di ricostruzione. Ma ora tutto dipende da cosa intende fare l’esercito occupante. Inizialmente, sembrava evidente la volontà di comprimere la popolazione in piccole aree e poi spingerla verso sud. Ricordiamoci che l’81% del territorio di Gaza non è più calpestabile, o perché distrutto o perché militarmente occupato. I terreni agricoli non esistono più. La popolazione è insostenibilmente dipendente dagli aiuti, che sono insufficienti e poverissimi a livello nutrizionale.
Alcuni partiti dell’estrema destra israeliana parlano apertamente di trasferire l’intera popolazione fuori da Gaza, oltre 2.100.000 persone. Sarebbe una catastrofe ingestibile, anche perché i palestinesi hanno un’identità forte e nessuno accetterebbe una simile ipotesi a testa bassa.

Con questa intervista vogliamo ricordare che i palestinesi sono persone, non numeri. Come possiamo evitarne la disumanizzazione?
Bisogna ricordare che i palestinesi sono un popolo indigeno, che chiede solo di vivere in pace nella propria terra. È una popolazione capace, con livelli di istruzione elevati, spesso superiori alla media della regione. Prima della guerra, la copertura vaccinale a Gaza era addirittura superiore a quella dello Stato occupante.
I palestinesi vogliono costruire, creare eccellenza, vivere in pace. Eppure oggi, nel primo conflitto documentato in tempo reale tramite i social, vediamo bambini carbonizzati e restiamo fermi. Non possiamo dirci una società civile se ci giriamo dall’altra parte. Non possiamo accettare che la sofferenza venga relativizzata: “Eh, però anche loro…”. No. Questa non è una guerra, è una schiacciante offensiva unilaterale. Il 99% delle persone che soffrono sono civili. Non possiamo accettare questa mistificazione.

Il timore è che ciò che sta accadendo a Gaza venga ricordato un giorno come Srebrenica, uno dei massacri più tragici della storia recente. Oggi lì c’è un museo che ricorda quei fatti. Domani Gaza potrebbe diventare lo stesso: un museo visitato da bambini in lacrime, accompagnati da genitori che, al tempo, stavano discutendo di geopolitica invece di agire.

Kore, con questo spazio, vuole invece ascoltare, comprendere, agire e far riflettere, perché l’umanità e la giustizia non possono essere categorie negoziabili. Continuate a seguirci anche sui nostri canali social Facebook, Instagram, Linkedin e YouTube. perché affronteremo altri temi cruciali, e non mancheremo di tornare a denunciare i fatti di Gaza. 

Puoi visitare il sito web di Médecins du Monde Spagna qui Médicos del Mundo | Salud y Derechos Humanos

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